Il lavoro in Italia secondo la UE

Blog sul Lavoro - 23 gennaio 2014

Secondo un recente studio della commissione UE su occupazione e lavoro, ovvero il paper Employment and Social Developments in Europe Review, l’Italia è uno dei paesi peggiori se si perde il lavoro.

Le percentuali di speranza di trovarne un altro entro i successivi dodici mesi si aggirano intorno al 14-15 %, tra le più basse di tutta l’Unione Europea.

Ma il dato più preoccupante secondo Lazlo Andor, commissario europeo al Lavoro, è legato alla constatazione che il semlice impiego non mette più al riparo dalla povertà, nemmeno nella ricca Europa e sicuramente non in Italia.

I dubbi dell’europarlamentare investono direttamente le politiche di flessibilità introdotte in Italia da più di un decennio, che evidentemente non sono riuscite ad assicurare determinati standard al mercato del lavoro del nostro paese.

La diffusione dei lavori parti-time e la diffusa precarizzazione dell’impiego, che della flessibilità è il lato ‘malato’ della medaglia, hanno alimentato in Italia, come anche in altri grandi paesi europei, un abbassamento medio della retribuzione del lavoro, in uno scenario di generale abbassamento del reddito familiare medio.

Non è quindi infrequente rimanere sotto la soglia della povertà – secondo gli standard, ma anche ‘di fatto’ – pur potendo disporre di un lavoro e di un reddito, quindi, che risulta comunque insufficiente a mantenere un tenore di vita dignitoso.

La commissione Occupazione e Lavoro per bocca del commissario Andor indicano quindi prioritario intervenire al più presto su due ‘leve’ che devono agire sincronicamente.

Da una parte i governi membri, e quello italiano in particolar modo, devono agire nelle direzione di contrastare la crisi incentivando l’occupazione e la ripresa delle assunzioni al livello generalizzato.

Dall’altra è necessario focalizzare tali sforzi macroeconomici avendo cura di assicurare determinati standard qualitativi ai posti di lavoro che saranno frutto delle agende governative.

Il livello del reddito da lavoro non può non tornare ad essere centrale nelle analisi degli economisti e dei governi nazionali che intendono allontanare la crisi e ristabilire quindi, indirettamente, i propri bilanci, foraggiando la ripresa economica e indirizzando gli interventi sociali di natura correttiva e gli incentivi al lavoro.

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